sabato 7 aprile 2012

Te lo do io l'oroscopo

Margherita Hack sull'astrologia, 1989

Qualche giorno fa leggicchiavo qua e là un libro di igiene alimentare e mi stavo alquanto interessando all’equilibrio acido-basico dell’organismo quando mi sono imbattuto in quest’affermazione: “naturalmente ogni individuo elabora le sue sostanze vitali e produce la sua energia in base a tante variabili personali, per esempio il proprio segno zodiacale”.
Chiuso il libro, che ovviamente non sarà mai più riaperto, mi sono detto che dovevo scrivere qualcosa su questa micidiale pseudo-scienza che è l’astrologia.  

Non conosco nessuno che non abbia mai letto il suo oroscopo, e non c’è niente di male a divertirsi un po’. Tutti noi ci divertiamo ad assistere a uno spettacolo di magia sapendo che non c’è nulla di vero. Tutt’altro è crederci davvero, e tutt’altro è abusare della credulità popolare facendoci dei soldi. Il peggio è assistere alla lettura dell’oroscopo su radio e TV di stato, pagate dai contribuenti, che rinunciano totalmente alla loro funzione educativa per seguire solo leggi di mercato.

L’influenza degli astri sulla nostra vita è storia antichissima e perfettamente in linea con uno stato del sapere primordiale. Scusabile, come dice Margherita Hack nel filmato, se non si conoscono la natura e le distanze delle stelle; ridicola, allo stato attuale delle conoscenze.
Partiamo dalle costellazioni: ho già detto tempo fa qui che la nozione di “sfera celeste”, seppure utile per la localizzazione degli astri, c’induce nell’errore di considerare le stelle tutte su uno stesso piano. Di più, quando parliamo di costellazioni, le apparenti figure mitologiche che spuntano dal cielo come se questo fosse un foglio bi-dimensionale sono un inganno inventato dall’uomo, quell’uomo che migliaia di anni fa guardava con stupore e timore al cielo.
Prendiamone una a caso, la Bilancia: le stelle principali sono quattro, distanti dalla Terra rispettivamente 160, 77, 292 e 195 anni luce. Sulla ingannevole sfera celeste possiamo tracciare delle linee rette che le congiungano, formino una figura e ci diano l’impressione che queste quattro stelle siano vicine tra di loro, abbiano qualcosa in comune.
Ma oggi noi sappiamo che in realtà le distanze tra queste quattro stelle sono enormi, dell’ordine di decine e centinaia di anni luce. Per capire meglio di che grandezze distanze stiamo parlando, ricordiamo che il Sole dista da noi 0.000016 anni luce e che Proxima Centauri, la stella più vicina alla Terra dopo il Sole, è distante 4,2 anni luce.  
E quelle quattro stelle sono anche nate in momenti diversi dello sviluppo della nostra galassia, sono molto distanti nel tempo. Non hanno nulla in comune, non sono in grado d’influenzarsi a vicenda a causa delle rispettive distanze, figuriamoci se possono influenzare alcunché di ciò che accade sulla Terra.

Per citare ancora la Hack:
Gli astri sono troppo lontani per poterci influenzare. Che possa esistere un’influenza di qualche tipo di cui, beninteso, io non sono al corrente, sul carattere di chi nasce in un periodo dell’anno piuttosto che in un altro, forse, e sottolineo forse, potrebbe anche essere. Ma le stelle di sicuro non c’entrano nulla. L’astrologia è pura superstizione. Chi sostiene che le stelle possano esercitare una qualche influenza su di noi, non sa evidentemente a che distanza si trovano dal nostro pianeta.
Sarebbe come dire che la terra esercita un’attrazione gravitazionale su una formica, ma che anche la formica la esercita sulla terra. Ciò in realtà è vero, ma si può ben capire che l’attrazione della formica nei confronti della terra è irrilevante.

E adesso faccio anche il bacchettone ricordando ai cattolici che l’astrologia, come qualunque altra superstizione, è contraria al primo comandamento: “non avrai altro Dio all’infuori di me”. Gatto nero o oroscopo, stessa cosa.
Il premio Nobel per la chimica Irving Langmuir ha definito “scienza patologica” quel complesso di idee di cui “non ci si riesce a liberare”, anche molto tempo dopo essere state dichiarate erronee dalla scienza.
Quelle idee sono un male di cui, ahinoi, all’uomo piace ammalarsi.   

venerdì 9 marzo 2012

Il più premeditato degli omicidi

Cina 2011 - Una condannata è condotta sul luogo dell’esecuzione

Vorrei averla inventata io questa definizione della pena capitale: “il più premeditato degli omicidi”, invece l’ha fatto Albert Camus.
E' ancora Camus l'autore di una bella e terribile descrizione della solitudine e della disperazione del condannato:

Il senso d'impotenza e di solitudine del condannato incatenato, di fronte alla coalizione pubblica che vuole la sua morte, è già di per sé una punizione inconcepibile. E anche per questo sarebbe preferibile che l'esecuzione avvenisse pubblicamente. L'attore che è in ogni uomo potrebbe allora venire in soccorso dell'animale terrorizzato, e aiutarlo a ben figurare, anche di fronte a se stesso. Ma la notte e la segretezza sono senza appello. In questo disastro, il coraggio, la forza d'animo, persino la fede rischiano di essere affidati al caso. Generalmente l'uomo è distrutto dall'attesa della pena capitale molto tempo prima di morire. Gli si infliggono due morti, e la prima è peggiore dell'altra, mentre egli ha ucciso una volta sola. Paragonata a questo supplizio, la legge del taglione appare ancora come una legge di civiltà. Non ha mai preteso che si dovessero cavare entrambi gli occhi a chi aveva reso cieco di un occhio il proprio fratello.
(Albert Camus, Riflessioni sulla pena di morte

Come la penso sulla pena di morte l’ho detto tempo fa qui, perché tornarci su? Perché vorrei parlare di un fatto di attualità.
Il fatto è la recente dichiarazione del vice ministro cinese della salute, il quale ammette che la fonte principale degli organi destinati ai trapianti è costituita dai condannati a morte, in mancanza di una cultura diffusa della donazione. Gli ammalati in lista d’attesa, afferma il ministro, sono 1.300.000. Articolo qui.

In realtà si ritiene, a partire dai numerosi rapporti delle organizzazioni umanitarie (per esempio questo), che gli organi di molti condannati siano venduti ancora prima della morte al mercato nero che alimenta il traffico mondiale dei trapianti. Venduti a pezzi.

C’è chi compra senza far domande, e allora io mi chiedo se potrei mai essere un compratore. Un figlio in lista d’attesa, una lotta contro il tempo… un’offerta che arriva nel momento più critico. Mi fa male pensarci ma penso che potrei farlo; che la sorte non mi metta mai alla prova.   
E se invece fossi io stesso ad aver bisogno di un trapianto, pena la morte? A freddo dico no, non se ne parla.
Però ho paura che quando si comincia a intravedere nella nebbia la sagoma della Signora con la falce, quando tutti i ragionamenti lasciano il posto all’affanno dell’animale ferito, quando si darebbe tutto per un giorno in più, in quel momento si è troppo soli. Troppo disperatamente soli per avere una scelta. Come ha detto Camus, la notte e la segretezza sono senza appello.     
In questa tenebra dell’intelletto, spento retaggio di quando ero una persona, vedo il filmato del condannato portato al patibolo. Una didascalia impietosa scorre sullo schermo: “tu vivrai perché lui morirà”. E quando l’ultima lettera è sparita nell’angolo, comincia a scorrere di nuovo: “tu vivrai perché lui morirà”. Neanche spegnere il televisore serve, perché non l’avevo mai acceso.

Ecco quali orribili elucubrazioni (seghe mentali, avete ragione) avrei potuto risparmiarmi se la pena di morte fosse un ricordo di barbari tempi passati. Ma preferisco pensarci e condividerne le emozioni, chissà che non serva anche questo.

Mumia Abu Jamal, attivista delle Pantere Nere, giornalista e scrittore.
E’ stato nel braccio della morte in attesa dell’esecuzione per trent’anni,
dal 1981 al 2011, quando la sua sentenza è stata annullata.

sabato 3 marzo 2012

Euro e grammatica


Lo sapevate che esiste "la" lingua europea? No, non parlo dell'inglese e neanche dell'Esperanto, ma della nuova lingua che è nata insieme all'Euro.
In tempo di crisi per la moneta unica, ricordiamoci che il povero Euro ha anche una funzione linguistica: c'è poco da ridere, esiste una lingua europea che ha un lessico composto da due parole. Precorre un tempo lontano, sempre più lontano, forse immaginario.    
Le due parole sono "Euro" e "Eurocent". La seconda, il centesimo, si scrive rigorosamente senza puntino. Ma se la prima la usiamo tutti, non ho mai sentito qualcuno usare la seconda.
Questa lingua nasce il 26 ottobre 1998, con la direttiva europea che sancisce come si usano in tutta Europa queste due parole.  

Non c’è molto da dire sull’origine di parole così moderne e così “artificiali” che nascono per decreto. Invece la domanda interessante è: qual è il plurale di Euro? Se credete di non avere alcuna incertezza in merito, leggete e vi verrà. 
La risposta sembra facile; basta leggere cosa c’è scritto sulle banconote: 10, 20, 50 Euro e non Euri.
Sulle banconote svizzere è scritto “dieci franchi”, ma la banconota circola solo in Svizzera e non è difficile far sottostare la valuta alle regole delle quattro grammatiche confederate; in fondo è sufficiente riportare l’espressione “solo” quattro volte su ogni banconota...


Come sarebbe mai possibile invece rendere il nome della valuta europea compatibile con le grammatiche di tutti i paesi dell’Unione? Ecco perché “Euro” è una parola convenzionale che sottostà ad una regola convenzionale: Euro al singolare e al plurale. 

La questione Euro - Euri è stata dibattuta a lungo, a causa di prese di posizione autorevoli e contrastanti: l’Accademia della Crusca, la più alta autorità in tema di lingua italiana, già nel 1996 si era espressa a favore di “Euri”, mentre la direttiva di cui sopra sanciva l’invariabilità di Euro.
Un caso senza precedenti: per la prima volta un organismo politico internazionale si pronunciava su una questione linguistica, costrettovi dall’eccezionalità del caso, una parola senza nazionalità. 
Con successiva presa di coscienza della particolarità, l’Accademia della Crusca ha fatto in seguito marcia indietro. Ha scritto il Professor Francesco Sabatini, all’epoca presidente dell’Accademia: “una parola dotata di una sua particolare fisionomia, portatrice di una semantica che quasi la isola nel contesto morfosintattico... la prima parola di una lingua europea non nazionale“.

Ma, ripeto, la risposta “sembra” facile. In realtà la questione rimane inutilmente controversa, perché la citata direttiva europea del ’98, con una incomprensibile mancanza di coerenza, ha decretato l’invariabilità della parola per l’inglese, l’italiano ed il tedesco, ma non per il francese (les euros), lo spagnolo (los euros), il finlandese (eurot), lo svedese (eurorna), pur stabilendo che comunque in tutti i paesi la parola deve essere riportata in forma invariabile sulle banconote.      
Insomma, ci piacerebbe dire “Euro, finalmente, e non se ne parli più!”, ma gli organismi della UE non ci aiutano, creando ulteriore confusione. E’ proprio vero che bisognerebbe lasciare fare ad ognuno il suo mestiere, e la grammatica non pare essere quello dell’Unione Europea. 

Oggi possiamo dire che questa incoerenza lessicale non è altro che il simbolo, oggi più valido che mai, di una incoerenza di sostanza a cui va posto riparo. 
Qui o si fa l'Europa o si muore.   

sabato 25 febbraio 2012

Non c’è topo e non c’è gatto


Vorrei commentare queste poche parole di Cicerone, che scrive nel De Republica:

Siamo tratti per natura ad accrescere la felicità del genere umano e, inclini a tale piacere per istinto naturale, ci sforziamo con i nostri pensieri e le nostre fatiche di rendere più sicura e confortevole la vita altrui…

Sei sicuro, Marco Tullio? Mi stupisco di queste tue parole, eppure devono essere vere perché tu ne sai una più del diavolo.  
Ma dimmi, tu sei lo stesso Cicerone che ricorda con plauso la vittoria di Scipione Emiliano su Cartagine? Sei lo stesso che celebra la gloria di quegli eserciti che operarono la più grande e sistematica distruzione di una città della storia antica? Hai dimenticato le decine di migliaia di civili ridotti alla fame dall’assedio, privati di ogni bene, della libertà e perfino di ogni singolo mattone delle loro case? Hai dimenticato i cinquantamila schiavi tradotti a forza a Roma? E i campi cosparsi di sale perché non vi crescesse più nulla?

Già, noi oggi come ci spieghiamo questa doppia identità di Cicerone? Dottor Jekyll quando scrive un trattato di politica e Mister Hyde quando ricorda Cartagine?
L'interpretazione di questo dualismo sta nel pensare come un romano dell’epoca, perché la gente e il mondo non erano come li vediamo oggi.
Dobbiamo pensare a un mondo, quello dei sudditi dell’Impero, i cives di Roma, in cui è compreso tutto l’universo umano degno di considerazione.
Gli altri, i nemici (perché o eri con Roma o contro di Roma) non erano “altri”, erano “alieni”, marziani da temere. In un certo qual modo non erano umani perché non erano romani, una presenza da prendere in considerazione solo come minaccia; e siccome bisognava pensare alla felicità degli uomini, le minacce andavano soppresse.   

Non è quindi “il genere umano” inteso antropologicamente quello di Cicerone, né “la vita altrui” quella di ogni uomo sulla Terra.
Il mondo era fatto dalla “nostra gente” circondata (e minacciata) da razze inferiori che dovevano essere soggiogate per garantire lunga vita allo Stato, l’entità alla quale tutti dovevano ubbidienza, pena il disfacimento delle sacre istituzioni che garantivano il benessere materiale e morale ai cives.   
Perciò, continua Cicerone nel seguito del De Republica, quale migliore applicazione della naturale, umana inclinazione al bene si può trovare se non dedicare la vita a servire lo Stato? E servirlo significa anche schiacciare i topi che lo minacciano.
Non possiamo indignarci per questo. Quando trascorri tutta la tua vita nel raggio del chilometro in cui sei nato, non hai visto mai nulla che ti sia men che familiare, una visione di questo tipo è culturalmente comprensibile. 

Possiamo solo dire: "quanta strada abbiamo fatto da allora!". Ci siamo evoluti, duemila anni dopo abbiamo capito. Non c’è topo e non c’è gatto, mangiamo tutti allo stesso piatto (m’è venuta pure la rima). Il piatto sono le non infinite risorse che dovremmo equamente e prudentemente consumare e rinnovare.
Poi ci sono gli avidi, quelli che hanno capito ma il piatto lo vogliono tutto per loro: le classi dominanti e i loro governanti servi.
Dulcis in fundo, purtroppo la natura non è mai avara d'imbecilli, spesso ben accompagnati dagli ignoranti. Sono quelli che ancora pensano di vivere nel chilometro di cui sopra. Sono quelli che sono rimasti a duemila anni fa: “la nostra gente” e fuori gli altri.
Non glielo dite, poveretti, che sono dei romani purosangue!




sabato 18 febbraio 2012

Siamo tutti greci


Qualche giorno fa ho parlato con una mia amica greca, volevo sapere da lei come stanno vivendo i greci questo momento terribile e storico perché volevo scriverne sul blog. Alla fine lei mi ha fatto una domanda: tu che faresti?
Le ho risposto che sarei andato a protestare in strada, ma niente di più. Non sapevo cos’altro fare. Scrivere mi aiuta a pensare, forse adesso una risposta ce l’ho.   

Ci avete fatto caso che sul retro di tutte le banconote in Euro ci sono disegnati dei ponti? Sono il simbolo di un sogno vano e sciagurato: unire dei popoli solo con la forza della moneta comune.
Vano, perché ci ha illuso che fosse l’inizio di un processo di unione che andasse al di là della finanza, ma che è sempre più lontano.
Sciagurato, perché i ponti servono a unire se c’è la pace e servono a invadere se c’è la guerra.
Ho sempre pensato che la mia generazione ha avuto una fortuna sfacciata: niente guerra, niente fame. Ma quando un popolo è ridotto alla disperazione senza usare i fucili, vuol dire che la guerra c’è. Solo le armi sono cambiate.  

Che colpa ha il popolo greco? Tanta, se ha consentito che un governo incapace, corrotto e spendaccione imperversasse nel paese per anni. Ma “incapace, corrotto e spendaccione” ricorda qualcosa anche a noi italiani.
Che colpa ha il popolo tedesco? La stessa, se ha consentito che un governo egemone pensasse solo a se stesso fregandosene di quei ponti. La locomotiva ha sganciato i vagoni, che vanno avanti solo per inerzia e stanno per fermarsi. Quando arriverà quel momento, i ponti torneranno utili solo alla Germania.

Alcuni greci pensano che la Germania stia puntando alla proprietà delle isole, per avere basi nel Mediterraneo. Scenario fantasioso? Forse no.
La polveriera israelo-iraniana può esplodere davvero, ambedue sono abbastanza pazzi per farlo succedere.
Gli inglesi hanno Malta, perché non pensare a una Creta germanica?
Ci aveva già pensato un certo Adolf, con l’aiutino di un tale Benito. I greci di lunga memoria non hanno dimenticato e hanno paura di nuovo:

(da Wikipedia, clicca per ingrandire)

Chi in Grecia ha ancora abbastanza lucidità per pensare, pensa al passato. Perché solo a quello si può pensare quando il futuro non c’è più.
Ma sono sempre di più quelli che invece non riescono più a pensare perché hanno un solo problema: riempire il piatto.
I bambini svengono a scuola e si vergognano di raccontare che non hanno mangiato, i genitori lasciano i bambini agli orfanotrofi, le aziende chiudono, il lavoro non c’è più, lo Stato è impotente di fronte ai diktat europei.
Ma il peggio è l’assenza di prospettive, non hanno più la speranza.   
La guerra è in corso, fa le sue vittime, e noi siamo tutti greci. Ormai la finanza ha perso il controllo di se stessa; a decidere delle nostre sorti sono algoritmi che girano nei computer delle borse. Non credo che ci sia al mondo qualcuno capace di predire come andrà a finire.
Sarà un nuovo mondo quello che ne verrà fuori, non necessariamente migliore.          

Io ho un dubbio: prima che quei ponti siano percorsi in un solo senso, sarebbe cosa buona e giusta farli saltare?
Ci dicono che se la Grecia uscisse dall’Euro sarebbe una catastrofe, ma se io guardo quel piatto vuoto e penso che nessuno mi sa dire quando e come lo riempirò, che altro devo temere?
E allora io greco mi dico: forse faremmo bene a fare da soli. All’inizio andrebbe ancora peggio, ma ci sarebbe un barlume di luce, quella della dignità ritrovata.
Con la dignità si fanno grandi cose, e i greci le hanno già fatte per tutti noi. Hanno insegnato le basi della convivenza al mondo intero, sono loro che ci hanno insegnato la differenza tra civiltà e barbarie. Neanche Roma sarebbe stata Roma se prima non ci fosse stata Atene.

Che direbbe Socrate adesso? Che ogni popolo ha bisogno delle proprie leggi, non di quelle degli altri. Se voglio sottostare alle leggi di Sparta vado a Sparta, ma se voglio restare ad Atene sono solo quelle le leggi che valgono.
Una Grecia fuori dall’Euro avrebbe vita durissima e tanta dignità. Rischiando di affogare s’impara a nuotare senza aspettare i salvagente degli altri.
La Grecia può tornare a percorrere quei mari di tanto tempo fa, quando ha portato la luce nel mondo.             

sabato 11 febbraio 2012

Cronache da altri mondi

La sagoma del lago Vostok in un’immagine satellitare

Prima che lo dica il cretino nazionale a Kazzenger lo dico io, cretino periferico: sulla Terra ci sono gli extraterrestri.
Si tratta dei microrganismi che si presume abitino nel lago Vostok, sotto il ghiaccio sempiterno dell’Antartide. Il lago è stato scoperto verso la fine del secolo scorso, si trova proprio al di sotto della stazione Vostok, nata per ricerche climatologiche, e sarà al centro dell’attenzione scientifica per i prossimi decenni, se manterrà quello che promette: la scoperta di organismi che non hanno mai avuto contatto con l’atmosfera terrestre. Con buona ragione possiamo chiamarli extraterrestri.
“Mai” è una parola grossa, l’isolamento dura “solo” da 15-20 milioni di anni (o 150-200 mila secoli, fa più effetto, vero?). Un periodo che ci autorizza a supporre un cammino evolutivo molto diverso dal nostro, anche tenendo conto delle caratteristiche dell’acqua del lago: una concentrazione di ossigeno cinquanta volte più alta dei laghi che conosciamo.

Dov’è e com’è fatto? Intanto localizziamolo sulla superficie dell’Antartide:


Proprio in corrispondenza del lago, sulla superficie della crosta di ghiaccio, è stata misurata la temperatura più bassa sulla Terra: -89,4 °C, che in quel punto, a causa dei venti, conduce a una temperatura percepita di -150 °C. Freschetto.
Il ghiaccio al di sopra del lago è spesso circa 3.600 metri, mentre il lago stesso ha una profondità di 700 metri, è lungo circa 250 Km e largo 50, e contiene più di 5.000 Km cubi di acqua dolce.
Mentre in superficie (del lago, non della crosta superiore) l’acqua ha una temperatura vicina a 0 °C, sul fondo del lago raggiunge i 30 °C, con tutta probabilità a causa di una o più sorgenti geotermiche che fuoriescono in quel punto. Ecco la struttura in sezione:

(clicca per ingrandire)

E’ proprio di questi giorni la notizia che i ricercatori russi hanno completato la trivellazione della crosta di ghiaccio e sono arrivati all’acqua. Prossimamente un gruppo internazionale si occuperà di raccogliere campioni d’acqua del lago, utilizzando un protocollo di ricerca che è in via di definizione. Il prelievo va fatto con molta prudenza per evitare contaminazioni in tutt’e due i sensi.

A proposito della vita che si sviluppa negli ambienti più inospitali che possiamo immaginare, guardate questa foto:


Si tratta di una sorta di gamberetto che si è attaccato al cavo di trivellazione durante un’altra perforazione, sempre in Antartide ma in un altro punto, a circa 200 metri di profondità. Non è meraviglioso? Che troveremo sotto altri tre chilometri e mezzo di ghiaccio?

Quello che sarà trovato avrà una grande influenza sulla ricerca della vita nel sistema solare. Le condizioni chimiche, geologiche e climatiche del lago Vostok, sono molto simili a quelle che esistono su Europa, il più piccolo dei satelliti galileiani di Giove, candidato n. 1 per la presenza di vita al di fuori della Terra. Europa ha una quantità d’acqua allo stato liquido, al di sotto della crosta ghiacciata, superiore a tutta quella che c’è nei nostri oceani, per una profondità di circa 100 Km:


In natura non esiste acqua senza vita. Non è mai stata trovata, neanche dove l’acqua risulta con tutta evidenza inadatta a ospitarla. E’ il caso delle sorgenti idrotermali che abbiamo in mezzo all’oceano Atlantico, dove l’ambiente è impossibile: saturo di zolfo, senza luce e apparentemente senza cibo. Più di trecento specie animali sono state scoperte in quest’inferno: nascono, fanno l'amore e muoiono come noi. La vita è troppo forte per arrendersi davanti a un po’ di zolfo.
       
Non c’è nessuna ragione al mondo perché il lago Vostok e Europa debbano fare eccezione.
Sono passate solo poche decine di anni da quando i libri di scuola recitavano “la Terra è l’unico pianeta del sistema solare adatto a ospitare la vita” e siamo adesso lontanissimi da questo teorema ormai preistorico.
La probabilità, ammette qualunque scienziato, è molto alta. Ci manca solo l’evidenza, ma non c’è da aspettare molto.   

sabato 4 febbraio 2012

Una satira di duemila anni fa

Claudio diventa imperatore di Lawrence Alma-Tadema

Avete presente l’espressione della Carfagna? Quello sguardo carico di meraviglia che le si è stampato in faccia ad aeternum quando le hanno detto che era diventata ministra?

“Io?”

Lo stesso sguardo si deve essere stampato in faccia all’imperatore Claudio quando scoprì che, suo malgrado, lo era diventato.
Siamo nel 41 d.C. e Claudio, considerato un fesso matricolato dai suoi contemporanei (e anche da sua madre Antonina, che lo aveva definito “uno stupido mostro”), è l’ultimo rampollo rimasto in vita della dinastia giulio-claudia, proprio perché considerato innocuo e quindi scampato ai massacri di Tiberio e Caligola contro quella famiglia.
Il Senato si vede costretto a nominarlo imperatore, e la cosa non dispiace ai senatori più di tanto, un pupazzo da manovrare a piacimento.
Ci racconta Svetonio che Claudio cercò di nascondersi dietro una tenda ma fu trovato da un soldato che gli si inchinò salutandolo imperatore. Il momento poco edificante è ritratto nel quadro che vedete in alto.   

Cotanto uomo di Stato fu sempre irriso dalla nobiltà romana e anche dalla plebe; in particolare non gli perdonavano di non saper parlare in pubblico: nessuno capiva i suoi discorsi che somigliavano molto a quelli di alcuni nostri amati esponenti politici.  


In realtà, almeno secondo gli storici, l’impero di Claudio non fu poi tanto male: furono emanate molte nuove leggi e la politica estera fu alquanto giudiziosa.
Ma certo è che all’epoca nessuno avrebbe speso una buona parola per il povero imperatore, il quale fu oggetto di frizzi e lazzi di ogni genere. Tra questi una sorprendente satira del mio amico Seneca che, come tutti i saggi, sapeva ridere e far ridere.

Ma prima di parlare della sua satira, dobbiamo fare un passo indietro e parlare della consuetudine dell’apoteosi, la trasformazione in divinità dell’imperatore defunto.
Dopo l’assassinio di Giulio Cesare, evento che colpì profondamente il popolo di Roma, il Senato decretò l’apoteosi: il compianto imperatore fu ammesso nell’Olimpo come divinità e l’avvenimento fu sottolineato da una performance popolare che consisté nel bruciare in pubblico una statua di cera dell’imperatore, a simboleggiare la sua assunzione in cielo. Da quel momento Giulio Cesare assunse il titolo di divus.
Questa tradizione continuò con quasi tutti gli imperatori, con poche eccezioni per quelli che si erano macchiati di particolari nefandezze (per esempio Nerone e Caligola) o erano stati colpiti dal decreto di damnatio memoriae (per esempio Commodo, vedi qui).  

Roma - apoteosi di Antonino Pio, base della Colonna Antonina

Dunque Lucio Anneo Seneca ci racconta, nel suo libretto “Apokolokyntosis” della “zucchizzazione” dell’imperatore Claudio, la sua trasformazione in zucca.
Il racconto comincia con il momento del trapasso; l’imperatore scorreggia con gran clamore e pronuncia le sue ultime imperiali parole: “Oddio, mi sono cagato addosso”. 

Giunto nell’Olimpo, viene ammesso a colloquio con Giove il quale gli chiede chi sia e che cosa voglia. Il povero Giove non capisce niente della risposta di Claudio e allora lo manda a parlare con gli altri dèi, ma con identico risultato.
Bellissima l’immagine di Claudio che assiste dall’Olimpo al suo funerale e “capisce finalmente di essere morto”.
L’intero Olimpo si sforza di capire chi diavolo sia il nuovo arrivato, senza riuscirci. Alla fine, nell’infinita bontà degli dèi, Claudio è nominato segretario dell’anima di uno schiavo, tanto per non buttarlo fuori.

Peccato che l’aldilà non esista, nutrire la speranza della zucchizzazione della Gelmini sarebbe stato bello. Dobbiamo accontentarci della zucca in vita.